lunedì, 16 aprile 2007

A quanto pare è destino che quest’anno io scriva raramente e sempre in treno le pagine del mio pseudo-blog.

Questa volta, però, complici la bella stagione, il sole che tramonta e riesce a rendere bella anche la carrozza di un interregionale e una giornata davvero piacevole, lo spirito che muove queste righe non è quello riflessivo, meditabondo, pensoso, bensì un sentimento di pace e tranquillità assolute che portano le dita a scorrere sulla tastiera tranquille, con lunghe pause per concentrarsi sulla musica che il lettore, oggi in versione obbediente ed empatica, sta scegliendo assai opportuna.

Parto a quest’ora, le sei e cinquanta, a causa di una negligente spensieratezza che mi ha portato, questa mattina, a perdere il treno dell’una e a ritrovarmi, grazie ad una chiacchierata via sms già iniziata con lui, a pranzo da lui. Ci voleva! Fra una chiacchierata, una passeggiata, qualche riparazione informatica e un buon gelato è corsa via una giornata di quelle rare per me, assolutamente tranquilla, senza la frenesia tipica delle settimane universitarie, quando nei giorni a Verona si concentrano gli impegni di una settimana intera come se i tre o quattro giorni milanesi fossero stati una breve vacanza. [Un uomo dal volto molto kurdo ha appena chiuso di forza il mio finestrino sottraendomi una preziosa brezzolina creativa, ma per fortuna l’atmosfera sorniona del mio vagone non è mutata, e così la mia voglia di scrivere]

Una giornata con Francesco davvero piacevole, dunque, che ha dato degna conclusione a queste vacanze pasquali che mi sono concesso di allungare un po’ e che mi hanno concesso di passare lunghe giornate in città fra feste, amici vari, Giulia e del sano, tranquillo, divertimento. Adesso, però, si ricomincia il troppo tipico tradizionale, con la sola novità, a dire il vero per me molto eccitante, di un colloquio, domani, con il professore di Contemporanea per iniziare a buttare giù la tesi: sono pigro per queste cose, ma voglio laurearmi bene, e dunque nei limiti del possibile meglio prendersi per tempo. Non so immaginare cosa mi dirà domani, quali saranno i temi che mi suggerirà, come dovrò iniziare il lavoro, ma l’idea di darmi un perché culturale altro dalla stretta routine universitaria mi entusiasma non poco! Ecco, magari proprio a questo colloquio potrei dedicare, nei prossimi giorni, un post, tanto per cambiare un po’ tema e forse per riorganizzare un po’ le idee per poter iniziare a lavorare bene. Anche perché di questi noiosi post diaristici non se ne può proprio più, o no?

Ho deciso, non avendo gran che da dire, oggi, di provare a far emergere a casaccio tutte le idee che mi vengono in mente, e la prima cosa che dalla mia misera testolina è uscita è che ho voglia di parlare. Di discutere, di dire la mia, di fare una lunghissima chiacchierata con qualcuno, sentire cosa pensa e dire cosa invece penso io. Credo che cagione di questa voglia siano state le belle conversazioni avute un po’ con tutti durante le ultime vacanze, da due colleghe studenti di scienze politiche, a Carlotta e Jacopo su argomenti del tutto differenti…voglio una festa tranquilla in cui potersi mettere a parlare senza sosta. Speravo potesse accadere sabato, ma pur essendo stata una bellissima festa, non era proprio adatta, per il clima e anche per la stanchezza dei miei passeggeri da riaccompagnare a casa: comunque, anche fossimo rimasti fino alla fine, lunghe conversazioni sdraiato sul prato non credo ne avrei fatte, indi non è stata una partenza anticipata troppo grave. Ho voglia, però, e mi auguro che il mio appello giunga a qualche magnanimo omino con in programma di invitare qualche simpatico amico,  fra i quali è assai difficile non annoverarmi, affinché realizzi il suo progetto e la mia volontà.

Il sole è del tutto tramontato, il dio del treno ha acceso le luci nella nostra carrozza e io da tutto ciò intuisco che il tempo per questa pagina, a dire il vero vuotina di significato, è terminato: mi dedicherò al mio povero racconto dimenticato da troppo tempo, che sa bene che mai potrà possedere un finale ma continua a sperare di arrivarci vicino.

Vi saluto, lettori infaticabili giunti fin qui, e domandandovi scusa per il poco senso di tutto ciò, vi do l’arrivederci ad un prossimo, spero migliore, post!

 

Pietro

 

19:50, treno interregionale Verona – Milano

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lunedì, 12 marzo 2007

Era ora!

Me lo riprometto da mesi, ormai, di recuperare questa povera paginetta, e finalmente riesco a mettermi di buona volontà per buttare giù qualche riga delle tantissime che mi sono balenate nella testa ultimamente. Scrivere fa bene, ne sono convinto, e per quanti diverte farlo è cosa doppiamente positiva, di cui si sente la mancanza se non lo si fa per un po’. Ma scrivere non è facile, affatto, e per ognuno è motivato da ragioni e impulsi diversi: sta proprio qui il mio problema. Adoro scrivere, mi rilassa passare del tempo solo a tu per tu con il foglio bianco, e mi appassiona rileggere il risultato una volta posata la penna; ma sono discontinuo, di carattere, e se non ho forti sproni esterni non riesco a portare a conclusione i miei obbiettivi, e dunque anche la voglia di scrivere spesso si tramuta in pagine e pagine accumulate senza una conclusione, racconti, riflessioni, diari lasciati incompleti che implorano la pietà di un finale che io non so dare. Il tema, al liceo, era uno strumento prezioso, riusciva ad incanalare quest’impulso imponendo una conclusione, un testo completo, l’unico in grado di dare piena soddisfazione a chi scrive. Ma il tempo dei temi, purtroppo (non solo per questo, si sa!), è finito, ed io sono ritornato fra le pile di pagine interrotte, ad attendere in un rapporto quasi perverso l’arrivo di esami scritti, che sono al contempo una prova rischiosa e faticosa e una possibilità magnifica di dar sfogo all’impulso creativo. Non era, però, della mia sconclusionata carriera di scrittore che volevo parlare in quest’intervento, e dunque mi interrompo, con le sole speranze di riuscire almeno a terminare questo post e di essere, in futuro, in grado di continuare a scrivere pagine con un inizio e una fine. Se vedrò che mi è proprio impossibile, beh, vorrà dire che inizierò a pubblicare scritti solo abbozzati!

I viaggi in treno, per gran parte degli universitari una noiosa routine da affrontare settimanalmente, iniziano in questa stagione a diventare più piacevoli, e anche il lento e poco lindo interregionale per Milano può addirittura diventare, con paesaggi verdeggianti e cieli luminosi come quelli di oggi, occasione di liete riflessioni come si trattasse di un più romantico convoglio che fila fra morbide colline incontaminate diretto in chissà quale splendida località di vacanza. Avrei già mille pensieri pronti per essere scritti, sui viaggi in treno – che io amo più di ogni altro – ma credo li serberò per il futuro, e seguirò invece un’altra strada su cui mi conducono altre riflessioni. Perché i viaggi “universitari”, che seguono il fine settimana, mi consentono di trovare uno spazio nemmeno troppo breve (due ore non sono troppo poche per pensare un po’) per fare il punto dei giorni appena trascorsi, e magari progettare quelli che verranno, ovviamente a Verona, perché la mia antipatia per Milano l’ha definitivamente ridotta a città di sole lezioni e studio, salvo gli incontri con la Vale che spezzano in modo brillante questo grigio tran tran. Questa mattina i pensieri si accalcano naturalmente sui due giorni passati di nuovo a scuola, per le assemblee; giornate esaltanti, anche da ex, che sono riuscite ad emozionarmi e farmi rivivere un passato che mi è ancora molto caro. Ho provato a scriverne, in questi giorni, ma non ci sono riuscito: troppi pensieri, troppe sensazioni, troppe cose da dire che non riesco ad organizzare. Ma c’è chi è già riuscito a riassumerle benissimo, e dunque non sento il bisogno di sforzarmi per farlo anch’io! Sono stati giorni, quelli delle Assemblee, in cui il contatto con un universo che è stato mio ma non lo è più e soprattutto con alcune persone care con le quali quell’universo l’ho condiviso mi hanno portato alla mente tanti ricordi e la forte voglia di ripristinare luoghi e momenti di quel passato, e più in generale della mia vita veronese che ho, nell’ultimo anno, un po’ abbandonato. Credo sia anche merito della primavera, che riesce davvero a infondermi un entusiasmo ed una vitalità che normalmente non mi sono proprie, ma sento il bisogno di fare tante cose, di non fermarmi più almeno fino a Maggio, quando la partenza per Londra mi trascinerà via dalla mia città, le mie amicizie, i miei ambienti facendomi perdere, pur con l’indennizzo di un’opportunità lavorativa e culturale unica, i mesi più belli di vacanza e riposo a casa!

 
Ho voglia, innanzitutto, della festa decisa ieri in lunghi messaggi con Anita. Una festa come quelle di qualche anno fa, fatta di chiacchierate e discussioni con gli amici e le persone che si stimano, che fa venir voglia di andare più via, di tornare a casa tardissimo stanchi morti per aver parlato troppo, ma entusiasti e con la forza per ricominciare a farlo anche subito.

Voglio i miei giri in bicicletta, con il sole e senza maglione anche se c’è il vento freddino che appena ti fermi ti fa venire i brividi; voglio i gelati a ponte Pietra presi assieme a mille persone diverse incontrate per strade, provando i gusti più strani e mangiandoli seduti sui gradini del Maffei. Voglio serate in compagnia che facciano piangere dal ridere senza che te lo aspettassi; voglio vedere un quintale di film e fare tantissime foto anche se non sono capace di farle bene; voglio conoscere meglio persone di cui conosco solo il nome uscendoci per caso una sera in cui si può stare in maniche corte, voglio viaggiare anche solo per un giorno, voglio regalare un sacco di fiori a tante persone diverse.

Ho voglia prendere il sole sdraiato su un prato, di una mega grigliata in campagna con caccia al tesoro annessa, di una notte passata a guardare le stelle con poche persone e di una passeggiata da solo, senza meta, la mattina presto.

Capisco che quest’elenco non abbia un senso, e che come tema, per tornare all’inizio, questo post, qualunque sia la traccia, fa davvero schifo, però avevo voglia di mettere ordine fra tutto ciò che sento di voler fare, per iniziare, già subito tornato a Verona questa settimana, la primavera che mi aspetto da quest’anno.

Il treno sta rallentando per fermare a Lambrate, meglio chiudere il computer e preparami a scendere: una splendida lezione con la mitica prof di Storia moderna mi attende!

Scusate, se siete arrivati fino alla fine, della noia di questo post, il prossimo, spero, sarà migliore!

Buona giornata


 

Pietro

 

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lunedì, 20 febbraio 2006

Buongiorno a tutti, amici lettori! Torno dopo molto tempo a vergare queste pagine immacolate che andavano ormai convincendosi che la loro funzione di blog fosse già rapidamente esaurita. Ebbene, non è così! In realtà avevo già iniziato a buttare giù qualche riga ieri sera, innocentemente convinto che sarei rimasto a casa in santa pace, ma avendomi trascinato fuori dell’uscio privato talune circostanze, decido ora tornando a scrivere di rinnegare quel prodotto vespertino e dedicarmi a nuova stesura. Ma come ‘azzo sto scrivendo?? Vabbè, sopportate.

Mi trovo in macchina, surrogato occasionale del treno quando papino va a Milano che mi permette posto a sedere sicuro, orari a discrezione e musica non in cuffia, ragione quest’ultima nettamente prevalente sulle altre. Ascolto dunque Giro d’Italia, condensato in unico cd ieri sera, e mentre l’autostrada mi sfreccia a fianco penso a questo fine settimana iniziato per me prestissimo (addirittura più lungo della settimana, tanto per alimentare il caotico vocio sul mio presunto fancazzismo) e trascorso incredibilmente sereno e felice! Ora il dubbio: lanciarsi in una cronistoria di certosina precisione o piuttosto lasciarsi andare ai ricordi più vari ed amalgamati? Vedremo cosa uscirà dalla tastiera, io intanto scrivo…

Colonna sonora, a sorpresa, un brano classico, che ormai sostengo (temo a torto) di conoscere a memoria, divinamente eseguito da una virtuosissima pianista compagna di molte ore in questi giorni e cuoca del più delizioso cioccolato caldo degli ultimi cinquant’anni! E vi assicuro che come giudice sono tremendamente inflessibile.

Il ritorno da Milano, questa settimana, è anticipato di un giorno, a causa come ultimamente accade sovente dell’impietosa volontà del tizio della scuola guida, maestro quanto mai scostante con il quale intrattengo un proficuo rapporto di antipatia e disistima e che mi pretende in città già il giovedì mattina (ma comunque non perdo lezioni, altrimenti l’amico si attaccava!) per esercitarmi nell’ardita arte della conduzione automobilistica. Questo mercoledì, però, si tinge di grigio già dal risveglio, complice il tempo troppo tipicamente meneghino, e per qualche ragione ancora ignota inizio a meditare ombroso su varie mie vicende, intristendomi con innaturale facilità. Resto a letto guardando il soffitto, due, tre, quattro ore, pensando a tante cose, ricordando, riflettendo e il livello dell’umore scende a livelli imprevisti portandomi ad uscire dalla camera alla volta dell’università con aspetto inquietantemente catalettico. La mattinata universitaria a dire il vero non trascorre male, pure per la scoperta di una piacevole sorpresa in sociologia, ma un’ombra continua a seguirmi per tutta la giornata, sino al ritorno a Verona con un treno inspiegabilmente puntuale. Arrivo a casa, pseudoceno lasciando la mia pizza ad Alvise quasi in toto (e condividendo la crosta con Tabù!), faccio risorgere la rete fra il mio pc e quello del popolo morta per qualche ignota ragione la domenica precedente e poi, finalmente, fuori. Esco, per una passeggiata nella città piacevolmente fredda ma non troppo e per una telefonata con Michele che mi attendeva dalla sera prima e che si rivela, come sempre, gradevolissima! Non gli dico, volontariamente, dello strano umore di quella giornata, ma questa chiacchierata fra amici riesce subito a farmi stare meglio, a farmi sorridere. E non smetterò più di farlo per tutti i giorni seguenti, per fortuna. Il giovedì è dedicato ad Umberto, redivivo nelle mie giornate per festeggiare con viennetta (a merenda) e pizza e playstation (a cena) il suo trenta meritatissimo, alla faccia di tutti quei mediocri che passano gli anni del liceo nel provare a convincerti che non ce la farai mai se non riesci bene a scuola. Ennesima conferma del loro errore, e ottimo pretesto per tante risate tornando a giocare allo zarrissimo Vigilante 8 per trovare il quale abbiamo setacciato tutta la casa… Il venerdì mattina si apre invece con due amici bernaioli che si fanno vivi a raffica e che riesco a vedere prima e dopo la guida prevista con l’uomo antipatico. Prima Zeno, che non nota nemmeno la mia capacità di vedere senza occhiali per il tentativo, riuscito ma non entusiasmante, di dotarmi di lenti a contatto. Poi Ilaria, con lei appuntamento al Conservatorio dov’è rifugiata ad esercitarsi. Mi suona qualcosa, Papillon, e mi lascia estasiato. È incredibile starla ad ascoltare, potrei restare lì per ore dimenticandomi di tutto il resto e osservandola soltanto scorrere rapidissima i tasti sulla tastiera. Ma mentre siamo immersi nella sua musica, ecco che dalla porta un’arcigna figura si affaccia ad interromperla: la vecchia col cappello. Smentendo tutte le convinzioni che il suo caro maestro le aveva inculcate sulla disponibilità dell’aula, interrompendola tra l’altro la sera prima durante la nostra sfida a “L’Eredità”, la signora reclama la stanza per la sua lezione, e concede soltanto di terminare ciò che stava suonando, sbaraccandoci dopo qualche minuto definitivamente da quel remoto luogo di pace. Optiamo dunque per recarci al mitico bar davanti a Sant’Anastasia, dove ridiamo e parliamo (e ci intratteniamo via sms con Zeno che non vuole raggiungerci) spaziando dalle nostre idiozie senza senso a cose più serie, mentre sorseggiamo due caffè shakerati per i quali il povero barista mi ha odiato come sempre: odia prepararli, temo! All’uscita della scuola si intercetta il lentissimo (ad arrivare) Cesari, che scoprirò a sorpresa essere il mio compagno di pranzo prima che si ritiri nei meandri del Maffei per organizzare le imminenti Assemblee Riunite, mentre io ritorno a casa dove zia, fratello e cane stupido mi attendono per un giro a Romagnano. Obbiettivo, ormai ovvio: farmi guidare. La trasferta campagnola si rivela piacevole, un po’ perché non muoio al volante e un po’ perché riesco a raccattare qualche pezzo del ciarpame che tanto mi fa impazzire, fra cui la mia meravigliosa tromba da caccia che, come qualsiasi altro oggetto da cui si originino suoni o rumori, terrorizza quell’amabile idiota di Tabù! Si torna a casa, intercezione di Zeno per consegnargli un libro e poi a casa per tante faccende da sbrigare e in attesa di una serata che trascorrerà in ottima compagnia fra telefono ed msn, prima che il sonno anzitempo mi sorprenda, come ormai inizia ad accadere abbastanza spesso: sto invecchiando? Il sabato successivo però si preannunciava intenso, ed effettivamente si dimostrerà rispondente alle aspettative.

Primo impegno della giornata, appuntamento al Maffei (evitando i frondisti armati di sampietrini che sempre mi attendono da quelle parti) con una professoressa, non mia, che mi doveva parlare. Nulla di grave, ovviamente, una bella conversazione di un’oretta e poi via al secondo appuntamento, quello al sempre presente bar davanti al Maffei. Si costituisce, infatti, la nostra associazione teatrale, della quale magari racconterò in un post mercoledì, dopo la registrazione. Nell’incontro abituale del sabato questa volta abbiamo deliberato a maggioranza il nome della compagnia, votato il direttivo e pianificato tutto per la fondazione di questa settimana: finalmente si sta sostanziando, e presto inizieremo a dar vita al primo spettacolo! L’assemblea si scoglie presto, e all’uscita del bar incontro con sommo piacere una Vale appena bidonata per colazione da un’amica, che vaga mogia per il centro storico: perché non andare a trovare la comune amica pianista che anche questa mattina ha evitato i banchi maffeiani? Detto fatto, ci ritroviamo infiltrati al conservatorio e lì rimaniamo, fra poche note e tante parole, sino a poco prima dell’una, quando io sono atteso dai miei ospiti di pranzo e Ilaria deve dedicarsi al suo maestro di piano. Recuperati Zeno e Lamberto, dopo le consuete pubbliche relazioni davanti al liceo con studenti attuali ed ex (in particolar modo con un tale appena multato che indossa un cappellino strafigo), ci dirigiamo alla volta di via Diaz, donde prendere il simpatico autobus che ci porterà infine ad Avesa. Il tempo non è il migliore per gustare la mia adorata casetta di campagna, ma stiamo bene lo stesso ridendo per le più varie cretinerie e con la Zenatti che da spettacolo stappando birre in maniera abbastanza anomala. Tipico del sabato, in attesa della festa di Stanzio, da lì ci volgiamo a casa Cesari con la cortese collaborazione della zia-autista, dove tra l’altro potrò cimentarmi in una mirabile partita di pingpong-mani, e da qui  torneremo poi verso il centro raccogliendo nella compagnia pure l’amabile Giovanzana. Vestizione di Zeno, vestizione, molto molto più lunga, di Pietro, chiamata taxi e poi via verso Corte Molon, mentre un certo altro cialtrone guida rapidissimo un Liberty sgangherato alla volta della medesima meta. La festa è bellissima, tanti gli invitati simpatici, tante le persone che ho piacere di vedere e rivedere dopo qualche tempo, le pizzette inarrivabili, checché ne dica la Fontana. La serata prosegue fra giovani pseudointellettuali, discussioni più o meno culturose, risate per ballerini curiosi, mise (che ho finalmente scoperto da dove deriva.. potrei dedicarci un post!) decisamente buffe, qualche cattiveria sempre velata d’ironia e sorrisoni ipocriti dei quali qualcuno in particolare è assai generoso.

Lentamente la festa si svuota, e dopo aver tragicamente appreso che Anita ha un atroce vuoto storico che mi premurerò di colmare presto, anche io mi dirigo verso casa, sempre in taxi, mentre la stessa bieca persona che su un motorino da terzo mondo era arrivata si avvia nella direzione opposta con una compagna di viaggio non del tutto conveniente. Devo ingannare il tempo, arrivato in centro, ma il buon Zeno non tradisce, e nel mentre che andiamo a prendere un kebab (per lui) e ci dirigiamo a casa sua dove anche io troverò asilo per qualche ora, Cesary riappare dalle tenebre della notte riportandomi il potente mezzo. Crepe salata, per lui, davanti a casa mia, e poi su da me, per bere qualcosa e rimanere a chiacchierare com’è tipico quasi fino alle quattro…almeno questa volta eravamo al chiuso, però!

Un bel sabato, un altro per fortuna, seguito poi da una domenica di incontri: Michele, per primo, dopo pranzo per la nostra tradizionale passeggiata, e poi alla faccia del blocco del traffico e più in assoluto del codice della strada e di quello etico del sottoscritto via in motorino con Zeno prima verso la nostra personalissima palestra di tennistavolo (ah, questi termini da autarchia!) dove il mio compagno di viaggio aveva abbandonato lo zaino il giorno prima, e poi a casa di Ilaria, per una cioccolata calda incredibilmente buona e qualche risata, complici anche gli aneddoti che il vecchio Gigi in qualche anno di liceo mi ha dato possibilità di accumulare. Esito del pomeriggio: due ottime merende, una corsa contro il temporale imminente che poi non è arrivato e una buona dose di divertimento. La domenica finisce con una guida, di nuovo fino ad Arbizzano, per far felice la mamma che teme io non prenderò mai più la patente e ovviare all’alzheimer di Zeno che si improvvisa cleptomane contro la povera Giovanzana, e una bella passeggiata dopo cena, sempre col fido amico di viale della Repubblica, dalla quale torno con sottobraccio un favoloso atlante storico di cui vado molto molto orgoglioso.

Onestamente mi interrogo se sia esageratamente propenso all’essere felice, allo stare bene, ma devo dire che salvo le parentesi deprimenti di cui magari parlerò la prossima volta che mi faranno visita (e sarà fra tanto tanto tempo, sia chiaro!) da qualche tempo a questa parte tutto mi appare roseo, e il mio connaturato ottimismo è in crescita progressiva! Sarà un male, o forse il boom prima della crisi, tanto per riferirci ai primi anni ’30 che secondo la Battiti non conosco? Non so, ma per ora sono contento così, e salvo eventi di innegabile rilievo vi pregherei di non distogliermi da quest’amabile situazione!

Ora vi saluto, amici del blog vicini e lontani, noti e ignoti, vi auguro una piacevole serata e già che ci sono la auguro pure a me, magari d’ispirazione per scrivere un’email “didattica” ad un’amica che la aspetta!

Saludos,

 

-Pietro-

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giovedì, 02 febbraio 2006
Un ospite inatteso


Questo è un post che avrei dovuto scrivere da qualche giorno, ma gli impegni implacabili del mio fancazzismo eterno non me ne hanno lasciato il tempo, e così sfrutto questo giovedì mattina, sapendo di aver già perso virtualmente il treno, per recuperare.
Come di sicuro non avrete notato perchè qui non ci venite mai se non su mio invito, domenica, a qualche ora che non ho voglia di appurare, si aggiunge al primo post di questo nuovo blog per ora un po' miseretto un nuovo commento. Utente anonimo, leggo passando di qui come chi gira controllando che in casa non ci sia nessuno prima di dormire, e la cosa mi lascia un po' sorpreso: chi sarà dei miei tre lettori ad aver scritto qualcosa? Apro il commento e istintivamente cerco subito la firma. Leggo 'Anita', e sorrido. I nostri scherzi sulla sua prevedibile invasione si erano realizzati, ma mi stupisce non essere infastidito. Questo è un blog che, l'ho detto, volevo portare lontano da alcuni sguardi invadenti della mia rubrica di MSN, ottimi scrutatori di vite altrui per viverci su o criticarle spietatamente, ma che Anita ci sia capitata non mi dà fastidio, davvero no. Leggo il commento, e me la vedo, a chiedermi scusa per quella visita senza invito, così come lunedì, nel nostro incontro su msn aperto per dirle di una certa email, mi sembra di sentirla distintamente, come l'avessi davanti, mentre si mortifica (per citare la mitica Pierina!) sinceramente dispiaciuta. Ma per me non ce n'è bisogno, perchè, anche se forse non me l'aspettavo, da lei non ho sentito nulla di violato, e credo che anche se non capirà tante citazioni, tanti riferimenti e battute non ci sia alcun problema se le venisse voglia di dare una letta a queste misere righe che mi sto ripromettendo di aggiornare più spesso, e credo lo farò.
Questa visita inaspettata mi ha fatto piacere, perchè è sempre bello quando un amico, con il quale magari non hai un rapporto particolare ma con cui stai bene e che conosci ormai da qualche tempo, senza preavviso suona a casa e ti chiede di salire...e il bello del blog è che questi amici hanno tutti le chiavi, possono salire, lasciarti un post-it sul frigo per salutarti se non sei in casa e riuscire. Mi piace, come idea, mi somiglia..almeno finchè non entrerà qualcuno di indesiderato, ma non ci penso certo ora: sono troppo allegro per pensare a problemi futuri!
Ecco tutto, amici del blog, vi saluto e torno alla mia Fiesta che mi aspetta per ricordare i cambi dell'ora all'amata scuola di un tempo,
a presto

Pietro
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martedì, 24 gennaio 2006

L'inizio di un viaggio


Inizio questa pagina consapevole di star commettendo un grave controsenso: da che mondo è mondo infatti un blog, dove ‘b’ sta per ‘web’, non si scrive su un quaderno. La contingenza però non lascia altre possibilità, visto che in treno pc non ne vedo, men che meno di connessi ad internet, e poiché finalmente trovo, nel mio eterno fancazzismo impegnato, due minuti per scrivere devo sfruttare la buona vecchia chirografia, sperando poi di districarmi fra questi segni incomprensibili che mi ostino a chiamare parole e che qualcuno, nel freddo della notte gennarina veronese, provò già a tradurre con deludentissimi risultati e perdendo una mano per il gelo…scusami!
Ebbene, finalmente inauguro questo nuovo blog, creato da tempo con la mia iscrizione a Splinder ma mai utilizzato. Sarà brutto, in questi primi tempi, perché il tempo per dedicarmi all’estetica e a caratterizzarlo un po’ non è molto, e di sicuro la rete handicappata di Milano non mi farà accedere a tutte le funzioni, ma credo sia effettivamente lo spazio più adatto per parlare di me, lontano dalla piazza chiassosa dei blog su msn, dal quale, pian piano, scomparirò! Inizio raccontando questi ultimi giorni, che effettivamente si sono rivelati senza preavviso straordinari e che mi hanno fatto trascorrere momenti di incredibile intensità. Sappiate dunque che il post sarà lungo, molto lungo…dunque, amici cari, buona lettura e buona fortuna!

 -Pietro-

 

Tutto inizia venerdì mattina, con una giornata splendidamente nebbiosa per i postumi del giovedì, che mi vede già di buon’ora (dipende dai punti di vista, in effetti…ma per me era prestino!) armeggiare al computer per provare a ricostruire la rete, miracolosamente disintegrata da una riuscita coalizione mamma-fratello durante la mia trasferta meneghina per l’università. Il primo appuntamento previsto per la giornata è fuori da scuola, come da tradizione, questa volta per uscire a pranzo con Michele, e così la mattina può essere investita nell’opera informatica, che giunge al fine ad una trionfale mia vittoria con la resa incondizionata del pc di Alvise che accetta di trovarsi da sé un indirizzo IP e di pagare per sessant’anni indennità di guerra alla Francia: Versailles insegna sempre come umiliare i nemici sconfitti! Dopo questo assai poco entusiasmante lavoro di bonifica, ed inseguito ad una complessissima vestizione turbata dai dubbi più annosi (“Elegante o sportivo?”, “Scarpe nuove o no?”…son problemi, eh?) che ha richiesto la convocazione di una commissione della Duma creata ad hoc per risolverli, mi sono recato baldanzoso verso il mitico Maffei. A piedi, ovviamente, perché il mio malvagio dirimpettaio (leggasi Alvise), non pago delle già infinite molestie già inflittemi con il computer, si è pure fregato la bici. Meglio così, però, perché sarei stato in compagnia e sarebbe stata un impiccio soltanto.
Arrivo a scuola, stranamente non entro nemmeno al centralino (mi sto disintossicando, lentamente…) e mi ritrovo immerso in quel tipico turbine relazionale che sono le scale d’ingresso: milioni di voli, una sessantina di discorsi iniziati e lasciati a metà, tante persone, e qualcuna in particolare, che fa sempre piacere rivedere, compresi alcuni ex compagni di sventure liceali che non posso mancare di salutare. Localizzo il mio compagno di pranzo (dopo aver elegantemente evitato Capoccia con ai piedi scarpe viola quasi illegali) e inizio a chiacchierare, aspettando fiducioso l’apparizione di Cesari, che sempre lì davanti mi aveva dato appuntamento e che era impegnato in una amichevole conversazione con la da noi tutti amata economa con i baffi!
Finalmente il rappresentante esce e scopriamo, maledizione!, che ha deciso di pranzare con noi: qualcuno l’ha invitato? No, ma non importa, e così in tre in un Mc Donald particolarmente folkloristico per il materiale umano contenuto, ci ritroviamo a sentirlo noiosamente sproloquiare di scuola per molte ore, finché, colto da un provvidenziale attacco diarroico si allontana lasciandoci respirare. Nel frattempo il sadico Adami decide di farci intercettare la sua dolcissima amica, che implacabile appare alle tre e mezza ai portoni e che con noi prosegue mentre inseguiamo l’autobus che potrà rideportare quel maledetto rappresentante maffeiano nella natia Valpolicella, nutrendo invero l’intima speranza che l’Apt lo mollasse in piena Anatolia eliminandolo definitivamente. Vana illusione, purtroppo, ma almeno ce ne liberiamo all’alba delle quattro e qualcosa, e di lì a breve pure io mi dipartisco abbandonando Michele in balia della ragazza con le scarpe color sfiga!
Arrivo a casa e, tastando con cautela il mio cappotto ravviso un curioso pacco bomba omaggiatomi dal nobile Lamberto davanti al Maffei, ed elegantemente ravvolto in un raffinato foglio protocollo.

Già decisamente allegro e felice per la giornata che mi aveva regalato un pranzo e alcune ore divertenti in compagnia di due carissimi amici, mi dedico all’apertura dell’involto, incespicando quasi subito nella vera sorpresa di quel dono: se infatti sapevo si trattasse di un cd, e invero attendessi ansioso di aspettarlo nutrendo per esso determinate aspettative, non mi aspettavo però di trovarlo accompagnato da una presentazione. Leggo la prima riga e capisco che non sarà una lettura come qualsiasi altra, dunque faccio partire il cd, senza shuffle come si deve fare al primo ascolto (con queste prescrizioni mi sembro qualcuno….), spengo lo schermo del computer, lascio accesa solo la lampada della scrivania e mi accoccolo in poltrona con quella lettera inattesa fra le mani.
Quel che mi raccontano quelle frasi semplici ed efficaci, evocative profonde e sensibili in maniera sorprendente rimarrà solo per me, ma l’effetto che mi fecero fu di una sensazione stranissima di entusiasmo euforico, di felicità pura, per essere stato reso partecipe di qualcosa di intimo e speciale e per aver dissolto, con quelle quattro facciate, dubbi e paure da troppo tempo miei compagni.
Dovevo scrivere, anche io, e così il mio pallido confessore ha conosciuto la nobiltà della penna stilografica (usata solo nelle occasioni e per le parole straordinarie), che ben quattro pagine ha vergato di pensieri, riflessioni, emozioni.
La leggo e rileggo mentre le note, che da quel venerdì non mi hanno ancora abbandonato e che tutt’ora mi fanno da colonna sonora, continuano a parlarmi di luoghi e persone lontani che mi sembra ugualmente di conoscere…e inizio così ad accorgermi che quella non era una giornata normale, affatto! Mentre sono preso da questo stato estatico altri due amici, quasi a voler completare una rosa con pochissimi assenti, si fanno vivi: l’uno per un invito a cena insperato e apprezzatissimo, l’altro, neopatentato, proponendomi un test automobilistico, altrimenti conosciuto come giro senza meta. Diamine, è la giornata perfetta? Esco convinto sempre più di questa cosa, e malgrado ci sia qualcuno da sostenere, seppure a distanza, perché una strana pseudotristezza non gli fa vedere chiaramente la verità insinuando dubbi tremendi, la serata mi da conferma sempre più di questa sensazione.

 Il giro in macchina non c’è, problemi logistici che fanno un po’ arrabbiare il povero Fra, ma era molto che non andavo a trovarlo, e fare un salto a casa Marrella, la mia seconda casa, è sempre un grandissimo piacere!
Torno a casa, a piedi, con lui, ci salutiamo e poi via a cambiarmi, perché la nebbia calata inesorabile e copiosa impone una sola cosa: mantello nero!
Così conciato, fra gli sguardi inquietati dei familiari (notoriamente estimatori di queste mie trovate ottocentesche) e pure di qualche passante, mi reco da Umberto.
Cena fantastica, grazie ad un Angy particolarmente estroso ai fornelli, e compagnia piacevole anche grazie ad una contrattazione per l’uscita di Marco cui noi quattro saggi e adulti commensali (??) partecipiamo in varia maniera ridendo divertiti per le sue pessime doti diplomatiche oltre che ai vari tentativi, temo fallimentari, di cimentarsi nel rap: altro che Zeno!
Torno a casa immerso nel fumo nebbioso che a respirarlo ricorda vagamente l’aereosol (come scriverò ad un’amica un po’ giù di morale), con un bellissimo libro sotto braccio generoso regalo di Marco, e tentando di scrivere un messaggio a chi, quel pomeriggio, era riuscito con le sue parole a farmi stare tanto bene: sms non all’altezza di ciò che ho ricevuto, ovviamente, ma a quanto pare apprezzato ugualmente. Poi a casa, stessa musica d’accompagnamento, per una rapida sortita su msn e dormire, in attesa di un sabato che, onestamente, speravo all’altezza di quella giornata perfetta!


Il sabato, si sa, è consacrato agli amici (per chi ne ha, ovviamente…altrimenti alla Nutella o ad altri feticci) e questa volta, stranamente, avevamo già uno pseudo programma deliberato giovedì pomeriggio con Zeno e Michele: film a casa mia, o meglio maratona di film cretini. Di tutto ciò ci sarà solo ‘casa mia’, ma sarà lo stesso una bellissima serata!
Seppur non vestito con il ‘mantello di Fenner’, come richiestomi da Giovanni in un messaggio di quella mattina, mi dirigo come da tradizione a scuola per l’una, per raccogliere un po’ di programmi e pianificare la mia giornata. Faccio incetta  di incontri piacevoli, come sempre, davanti ai cancelli, e pure di una gaffe di quelle tanto tremende da sembrare preparata (“Andrea, le hai liquidate?! Nooooo…..”), ma riesco anche a mettermi d’accordo per il pomeriggio, da trascorrere a qualche ora con Ilaria per comprare il regalo alla Vale, e a capire chi sarà in centro quella sera. Il primo pomeriggio trascorre faticoso a lavorare per mammà fra adorabili quintali di carta accumulata per secoli dalla zia Baffa e che va tristemente smaltita, ma alle sei la mia compagna di acquisti arriva in centro dalle remote lande di Arbizzano, e così dopo una doccia purificatrice avanzo a passo di marcia diretto a ponte Pietra, dopo aver strappato il giovane Adami ad un quartetto di primini capitanato dal fiero Arold. Vaghiamo, stranamente determinati, per il centro fino alle sette e mezza, più o meno, riuscendo nell’acquisto di due regali fenomenali (quanto buon gusto abbiamo???)  e intercettando mezzo Gotha, presente e passato, davanti a Fnac, che sembra essere un polo d’attrazione degno concorrente della sede per i maffeiani vaganti. Fra l’incontro di Lucia che si accoda alla nostra ancora informe serata e quello di Alvise a caccia di un’affettatrice giungiamo infine a casa mia per una mezz’ora di cabaret non richiesto da parte della famiglia che si ostina a voler dimostrare la propria curiosa anormalità a chicchessia, da dove riusciamo finalmente a raffazzonare una pseudo organizzazione che prevede pizza, malauguratamente alla “Bufala”, e poi serata, e film (illusi!), da me nell’appartamentino, giacché la mia adorabile dimora ospitava il bivacco degli amici di mammà.
Alle otto e mezza appuntamento davanti alla pizzeria, e qui inizia l’agonia.
Entriamo ignari del nostro più prossimo destino, e aspettando Zeno (e Marre, che alla fine non verrà…e ha fatto bene!) ci accomodiamo a un tavolo per sei. Dopo la tipica lettura dei menu per scoprire che si prende la stessa pizza (lezione del giorno di Papà, vero Ila e Michele?) e l’arrivo dell’ultimo membro della tavolata, decidiamo di ordinare facendoci notare dall’allora solerte, anche se un po’ dislessica, cameriera con l’apparecchio. Quattro margherite, e fino a qui tutto bene, ma Zeno, rispettoso delle sue tradizioni, domanda innocente “Una pizza con funghi, wurstel e salamino”. “No, non abbiamo wurstel, abbiamo solo cose di bufala”. Silenzio. Ci osserviamo con sguardi interrogativi, ma privi d’intuito invece di alzarci e dire “arrivederci, andiamo da Spizzico” restiamo al tavolo, dubbiosi su questa caratteristica curiosa del locale. La pizza di Zeno si risolve in soli funghi e salamino (salamino di bufala?? Mmh…), e passiamo al bere, parte notoriamente più semplice dell’ordinazione, ma non per quella gioiosa ragazzetta che probabilmente aveva di bufala pure il cervello: non solo ardisce domandarmi, alla mia richiesta “Col limone”, “Dove lo vuoi il limone?” (sulla pizza, ovvio! Scemo io a non specificarlo!), ma si presenta con tre birre in luogo di tre coccole rimanendoci pure male quando le spieghiamo che aveva sbagliato. In effetti, birra e cocacola sono quasi omofone, errore nostro! Tempo previsto, venti minuti, che già pochi non sono, ma calcolando che è sabato e che siamo giovani pazienti soprassediamo e attendiamo ansiosi la nostra pizza, scrutando l’ambiente della sala sorprendentemente kitsch. Primo tocco di stile, le lampade a muro, a forma di testa di bufalo in rame, per riprendere l’elegante tema del locale, indegne pure per un saloon di Gardaland, ma le povere luminarie passano subito in secondo piano quando notiamo la scritta del bagno. ‘Sala mungitura’, scritto grande sul muro, allusione d’una volgarità senza precedenti che ci fa rimanere basiti al pensiero della mente perversa che la deve aver partorita, a maggior ragione quando all’interno scopriamo che in luogo dei discreti omini stilizzati, per indicare le diverse toilette, appaiono le scritte “bufali” e “bufale”: è mai possibile? Le risate per le riflessioni estetiche sul ristorante non ci impediscono però di ricordarci delle nostre pizze, che continuano a non arrivare dopo la mezz’ora d’attesa. Non sazio di averci condotti alla più famelica delle ingordigie, quel buzzurro del capo cameriere risponde con umorismo non richiesto alle nostre domande sullo stato delle povere pizze, abbuffandoci nel mentre di pane ipersalato forse con lo scopo di farci terminare anzitempo le nostre bevante…ma noi non cediamo, e dopo aver ennesimamente redarguito la donnetta dal sorriso metallico che si dimostra sempre più corta riusciamo finalmente ad ottenere la nostra cena. La pizza è buona, almeno, ma non dura molto per la fame accumulata e per l’intima speranza di ognuno di fuggire da quel posto; la cena termina in gloria con i conati di vomito di Ilaria per la tipica schifezza di Zeno di fine pasto, a base di olio e tovaglioli, e con queste belle immagini impresse nella memoria ci dirigiamo finalmente alla mia dimora, dove ci attendono Francesco e Lucia.
Saliamo a proviamo ad iniziare il film prescelto, Spongebob, che consiglio a chiunque abbia abbastanza spirito demenziale per poterlo apprezzare…e non scherzateci su, perché essere dei tritoni è molto più facile che saper ridere della cretineria pura.
Oltre la scena iniziale dei pirati, però, non si va, e perché la logistica non concilia (computer distante, niente casse, popolazione in aumento) e per altre ragioni assolutamente ignote, ma tant’è, e ci ritroviamo, con l’arrivo di Arold e di Andrea, a conversare accampati in qualche modo sui due divani che non riescono a reprimere i loro istinti di fuga, spostandosi in continuazione dal muro. Fra contagi da “a fanculo” (sperando che msn non mi censuri…) poi trifolati, canzoni di Mina e insulti gratuiti ad una ragazzina tanto carina che mi aveva pure portato un regalo (maledetto Adami!...ma non scrivo cos’hai detto altrimenti il malvagio Bill Gates mi impedisce di pubblicare: bigotto!) trascorre una serata davvero amabile, in cui ci divertiamo stando insieme e senza fare nulla di particolarmente straordinario, ma pure senza vagare inebetiti per il centro da un bar all’altro sostando le ore ai portoni: mio Dio, per favore no!
Lentamente anche il sabato sera si spegne, tutti se ne vanno e dopo aver scortato Zeno a casa, e con lui deliberate alcune cose fra le quali un giretto l’indomani, assieme ad Andrea e Lamberto in compagnia di quella cretina di Tabù pure io mi dedico al letto, con la splendida compagnia, per finire in bellezza, di alcuni messaggi davvero graditi parlando di amicizie con un caro amico…


Domenica: sveglia alle otto, in teoria e per winamp, ma l’alzata dal letto si ha soltanto alle undici, perché l’appuntamento con Zeno è di lì ad un’ora e prima mi devo rendere presentabile, non tanto a lui quanto ai passanti per strada. Ci facciamo una bella passeggiata, complice pure una giornata uscita direttamente dalla primavera con caldo e sole, chiacchierando come sempre di tante cose, leggere e non, e decidendo della nostra estate con la ferma volontà di realizzare alcuni progetti.
Sempre camminando in riva al fiume ci avviciniamo a casa mia, per un pranzo improvvisato cui succederà un’ancor più improvvisata gita a Romagnano: erano mesi che dovevo portarlo lassù.
Malgrado Alvise non trovi le chiavi del suo trattore e torni a casa furibondo e Zeno non riesca a catturare i pesci con le mani, ci divertiamo, e io torno in città felice pronto per l’ultimo incontro della giornata, doveroso di domenica: Michele.
Passeggiata stanziale, questa volta, nel mitico bar della cioccolata calda, per il ginocchio di lui che ultimamente è in sciopero ed una mia presunta stanchezza (per cosa poi non si sa…), e fra una risata, un messaggio a chi ci disturba da Arbizzano e pure qualche discorso serio si fanno le sette, senza che ci siamo accorti che quel tempo sia passato. La prossima meta è Avesa, per una consulenza informatica alla Madda, ma il 97 maledetto ritarda di un misero quarto d’ora, costringendoci ad un’attesa snervante alla fermata discutendo con un vecchietto sul numero di fermate da via Diaz all’ospedale: si accettano suggerimenti in merito. Questa giornata di solo riposo, a scapito delle cose cui in realtà dovrei dedicarmi, ma si sa che sono fancazzista, si conclude prestino su msn, dopo due incontri proprio piacevoli e sulla scia di giornate tanto felici da rendere incredibile anche questa dove, in effetti, di straordinario non c’è proprio nulla…ma sta alle persone, e inizio ad esserne assolutamente certo, rendere incredibili i momenti che passi con loro, e regalarti sorrisi così indelebili dal rimanere incollati sul volto anche dopo ore!
Come sempre, anche questa volta la giornata termina fra i messaggi, per godersi gli ultimi giorni di Christmas, per gli auguri alla Vale e qualche ultima conversazione resa ancor più piacevole dal caldo del piumone.
 

Questa volta la sveglia suona implacabile alle sette, ma grazie alla canzone deliberata come la migliore per alzarsi sabato sera (Tubthumping, dei Chumbawumba…provare per credere!) non è poi un risveglio tanto traumatico, al punto che riesco addirittura a non perdere il treno, l’intercity delle otto e dieci, che darà inizio al mio lunedì da pendolare. Partenza in anticipo perché prima delle consuete lezioni di Storia e Sociologia mi aspetta l’appuntamento con Andrea per un ripassino di diritto, in vista dell’esame di Pubblico che toccherà a lui e a qualche altro compagno di corso proprio domani: in bocca al lupo! Malgrado le mie insistenze riesce ad offrirmi il pranzo, e assieme dissertiamo di commissioni parlamentari e di corte costituzionale finché non incombe il mezzogiorno, e con esso un’altra lezione della materia più bella al mondo per la mia testolina bacata: Storia Contemporanea. Due ore di spiegazione entusiasmanti sulla prima guerra mondiale, della quale purtroppo solo io e il mio carissimo Antonioli (il prof, nda) sembriamo cogliere il potenziale comico, non tanto nella tragedia del conflitto, quanto piuttosto nelle rivendicazioni territoriali polacche dopo il ’19…ma si sa, l’umorismo storico non è affatto una cosa normale (e per fortuna, aggiungerei!) e così mentre ridendo prendo appunti mi attiro le occhiate basite di quella curiosa fauna umana che riempie l’aula del corso M-Z. Finita questa spiegazione che avrei potuto continuare ad ascoltare sino alle sette di quella sera arriva LEI, la matta di sociologia, particolarmente euforica e purtroppo non dimentica del fatto che quel giorno era prevista la relazione su un testo assegnato da parte di cinque studenti. La lezione della signora in viola (per l’occasione cambiatasi, almeno dalla vita in su: urrà!!) termina dunque con un po’ d’anticipo per lasciare spazio ai commenti dei nostri eminenti colleghi, che si destreggiano più o meno bene nei meandri del concetto di ‘educazione’ con una presenza particolarmente di spicco in una ragazza in pure stile ‘ho imparato la lezione a memoria e ‘mo ve la ripeto’: voce acutissima, quinta ingranata per sparare più di mille parole al secondo e respirazione sospesa. Rimaniamo attoniti ascoltando le sue frasi velocissime sfrecciare per la classe, finché la professoressa non la interrompe facendoci temere per la sua incolumità a causa della rapida frenata. Le domande la spiazzano un pochino, in effetti, ma prendendo ispirazione dal saggio metodo didattico della docente, non le ascolta e risponde con altre cose che si era preparata, concludendo magistralmente la trattazione in stile puramente cartone animato, rallentando il ritmo progressivamente e abbassando il volume fino a scomparire: magistrale, davvero!
Per ascoltare il pigolio incessante di costei, però, la lezione finisce in ritardo, e così per riuscire a salire sul fido (mica tanto!) treno del ritorno in città devo correre per Milano superando ogni record (calcolando il rapporto stazza/velocità, ovviamente…). Arrivo con venti minuti d’anticipo in stazione, abbastanza per scoprire che la signorina della biglietteria mi ha dato un posto orrendo in carrozza (maledetta!) e preso da un qualche ignoto furore mi metto a scrivere sulle pagine bianche del quaderno di sociologia proprio l’inizio di questo post lunghissimo, terminato oggi tornando a Milano per rimanerci fino a giovedì mattina. Orario d’arrivo previsto a Verona 18 e 17, un’ora giusta per permettermi di prepararmi per la festa di Valeria, evento tanto importante da convincermi a fare il pendolare per un giorno, e andarci, se non fosse che come da tradizione il treno ha deciso di arrivare in ritardo di un quarto d’ora buono, organizzandosi con l’amt che non mi manda un autobus per casa per altri dieci minuti: morale? Corsa a casa dalla fermata, scale fatte quattro gradini alla volta, doccia di tre secondi, barba fatta senza guardare (e la mia giugulare se n’è accorta perfettamente!), vestiti buttati addosso in gran fretta e subito di nuovo fuori, per recuperare l’omino curioso che alla Gran Guardia attendeva la mia salvifica apparizione per trovare ‘Tenuta Valotto’, come direbbe una delle mie peggiori creazioni!
La festa, che già si preannunciava divertente, non solo conferma le attese ma addirittura le fa apparire aspettative riduttive: c’è davvero tanta gente, ovviamente in prima fila il Gotha del Maffei che mai è assente a certi eventi, amici e conoscenti con i quali la conversazione, malgrado le posizioni diverse cui ormai mi sono abituato, è piacevole e scorre spaziando negli ambiti più vari. Si parla di scuola, ovviamente, ma non solo, si scambiano sorrisi allenando il muscolo dell’ipocrisia malgrado qualcuno l’avesse già sforzato troppo, e con somma soddisfazione riesco pure a parlare con piacere con qualcuno che, di solito, di me non ha una grande opinione… Ci sono abituato, ormai, è vero, però riuscire a chiacchierare francamente, scherzando e ridendo da amici con persone che stimo malgrado non sussistano grandi rapporti mi fa sempre piacere.

La serata, per me, termina attorno alle undici e mezza, uscendo di casa Valotto con Michele e Lamberto per tornare assieme verso il centro, e qui, con due amici che ultimamente sento particolarmente vicini, scambio pensieri sulla serata e su alcune persone in particolare, passeggiando felice per la città buia e silenziosa ma senza nebbia, che non è gradita in passeggiate simili! Siamo contenti di quella serata, tutti e tre, ce lo si legge negli occhi, a me di sicuro almeno, ed è evidente che siamo stati bene, tutti e tre, in modi diversi, in fondo anche per merito della stessa persona… Rimango con Michele, attraversato ponte Navi, ad aspettare il suo 91, parlando ancora, come solo io e lui sappiamo fare, e dopo la curiosa apparizione di un tizio vagamente alticcio che mi riconosce pure (“Ma tu sei Trincanato?”) senza che io sapessi chi fosse e soprattutto facendomi temere che fosse giunto quel pestaggio che attendo ormai da anni, ci salutiamo. Lui sale sull’autobus, io torno a casa, due canzoni mi accompagnano facendomi rivivere attraverso note che ormai sento un po’ anche mie quegli ultimi quattro giorni incredibili nella loro assoluta semplicità, stupefacenti ma solo per chi li vede da vicino, carichi di mille significati che porto con me, oggi, qui a Milano, per farmi compagnia se dovessi sentire la mancanza di un mondo di amici, nella mia bella Verona, che ultimamente sento davvero importante, più importante di qualsiasi altra cosa!

postato da: trincaz alle ore 20:05 | Permalink | commenti (2)
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